Con le vicende legate all’allestimento delle opere di grandi artisti contemporanei nelle stazioni della Metropolitana in questi ultimi anni a Napoli si è assistito a uno straordinario evento di arte e comunicazione, unico al mondo per la convergenza sul medesimo obiettivo di volontà politiche, amministrative e artistiche.

Con questo lavoro abbiamo documentato più da vicino l’allestimento della seconda uscita di Salvator Rosa e la creazione della piazzetta con le opere di Paladino, Cucchi, Marano e Esposito, raccogliendo interviste, immagini e spunti di riflessione sul valore del connubio tra arte e opera pubblica, sulla interessante presenza di opere artistiche in luoghi di utilizzo pubblico.

Il documento racconta la storia del progetto e la sua realizzazione attraverso le testimonianze e le immagini, è un video-arte sulle opere realizzate dagli artisti, nate per modificarsi nel contesto in cui sono inserite, per il nuovo rapporto con un pubblico che le può osservare e criticare, descrive il modo in cui uno spazio urbano e sociale accoglie le opere e le integra, diventando così un documento sociale. 

Il 14 dicembre 2002 è stata inaugurata la seconda uscita della stazione metropolitana di Salvator Rosa. Venendo dal museo, per piazza Mazzini, un grande merlo nero su sfondo oro posto sul tetto di un palazzo sovrasta il passante distratto. Anche i ragazzi della scuola media, durante le lezioni, sono attratti da questo segno ora così imponente, vista la vicinanza. Sull’altro lato dell’edificio, una strada chiusa e un garage. Qui la visione scompare e fa posto ad una sfera d’oro. È inverno, e il sole la illumina nel suo dolce calare. I ragazzi del Gian Battista Vico ridono, si spingono, guardano curiosi attraverso i vetri, con loro ci sono degli insegnanti. Ad uno dei lati che si affacciano sulla strada della grande costruzione seicentesca è rivolta una facciata dell’edificio in allestimento: un corno rosso che galleggia in un mare-oro, una mano in un vento blu cobalto, una testa di cavallo, un calice, dei numeri. Lo sfondo grigio su cui sono stati posati questi segni inghiotte la luce e in certe ore del giorno rende il tutto surreale, fantastico, magico.

Paladino ha completato la sua opera, dei raggi di sole serpentini vengono posati su tutto l’edificio, gli operai ora sono più rilassati, ridono, prendono il caffè, fumano. Non è il solito lavoro di tutti i giorni, tre mesi per ottenere quel tono di grigio, le bandiere poi dovevano trovare una collocazione precisa, stabile; la bilancia che li teneva sospesi su in alto si è rotta, la gru che imbracava le opere si muoveva a millimetro, i tempi si allungano, l’architetto è nervoso.

Intanto un’altra ditta, altri operai, bucano col trapano dei pannelli con vivaci figure rosse su sfondo nero. “Ma non state rovinando l’opera?”, si affretta a riprenderli un passante, “Così ci hanno detto di metterli”.

Qui sull’antro-scala tramite cui si accede alla nuova linea le figure hanno perso qualcosa. Qualcuno si avvicina e le osserva meglio, la gente parla, qualcuno ride arrossendo, altri fanno delle battutacce, le toccano, qualcuno toglie via la polvere. Corpi oblunghi, corpi fluttuanti in un liquido nero e denso, teste verde smeraldo, rosse, ammucchiate, erezioni, guerrieri, spose, angeli sessuati. Anche a metrò ferma le figure donano un anima a questo passaggio continuando a salire e scendere. Alcune scritte si propongono prepotenti: “Trasgredire la geometria”, “Produrre pensiero”, questa è la nuova arte, questo il suo scopo. Dalla transavanguardia di Paladino al concettualismo di Marano.

Ora la piazzetta si affolla: bimbi, mamme, cani, anziani, gente che corre o che si affretta per non perdere il treno. Pulcinella li guarda scanzonato, “Uhe! Je sto cca’”, sembra dire, con le mani sui fianchi, è l’omaggio di Lello Esposito alla città. Lo hanno messo su di una fioriera, sotto la facciata col merlo, a guardare il cielo e la piramide-lucernaio di Mendini, l’architetto che ha curato tutto il progetto insieme a Bonito Oliva. I vetri dell’ispida geometria violacea sono poggiati su di un cubo, quattro facciate ospitano l’opera di Cucchi. “Ogni opera - afferma Enzo Cucchi - serve ad innalzare il livello di civiltà di tutti noi, non è necessario sapere a chi è destinata”. Intanto qualcuno fa gli scongiuri, questo è un popolo scaramantico e Cucchi non c’è andato leggero. “L’auciello d’ ‘o malaugurio ‘ncape e’ ‘e cape ‘e morte annanze, ih che bellezza!”, recita un’inquilina del palazzo-museo. Povero Paladino, lui aveva immaginato un segno beneaugurante, lì in quel palazzo è vissuto uno degli autori della canzone ‘O sole mio. Certo che le visioni di Cucchi: teste di morto, un Vesuvio grigio e cenereo, una palla-pustola che viene espulsa da una base, non danno adito ad alcun sorriso, ma i napoletani per fortuna hanno un buon rapporto con la morte, ci giocano, ci parlano, se la curano, ci contrattano. I numeri sono assicurati, la cabala si avvia, con il pulcinella finale i banchi del lotto si sono affollati, il trio Cucchi-Paladino-Esposito ha iniziato il concerto. I gusti qui sono all’antica, le figure di Marano sono meno popolari, che concettualismo sarebbe.

Perché filmare tutto questo?

1. Valore Storico
“Al mondo non esiste un museo sotterraneo come questo” (Bonito Oliva). Quello che sta accadendo oggi a Napoli è unico e singolare. L’arte sta conoscendo sviluppi inattesi che neanche i curatori avevano preventivato, come riconoscono loro stessi nelle interviste. In termini di documentazione cosa rimane di questo processo? Quasi nulla, immagini-vetrina. Noi pensiamo che questa “Storia” debba essere seguita più da vicino, tenendo conto del suo farsi più che del fatto: la progettazione, i percorsi di ricerca, la dialettica intercorsa tra i protagonisti, le difficoltà, le sfide, le soluzioni. Una storia dove un tessuto sociale e culturale complesso partecipa alla tessitura di un idea: l’arte nella città. Una storia senza gigantismi né eroi, che mira a sviluppare una visione meno mitica, fatta anche di cronaca minuta e quotidiana.

2. Valore Estetico Questo taglio dato al contenuto si ripercuote anche sull’estetica audiovisiva. Portare dentro quanti più punti di vista possibili, documentare l’evento in maniera totale, memorizzare il “lavoro in corso”, mettere insieme dati di natura eterogenea, per farne nascere un prodotto quanto più vivace possibile, dinamico, ma anche ricco di informazioni. Questa maniera di documentare da una parte vuole essere obiettiva, fotografica, così aumenta senza misura i possibili punti di vista da cui guardare l’evento, dall’altra vuole essere un racconto dove i personaggi e le azioni sono i dati stessi. L’autore scompare e fa posto alla costruzione, al processo, dove la Storia appare meno lontana ed estranea.

3. Valore Didattico
L’arte contemporanea non sempre è di facile fruizione. Spesso ci vuole molta cultura per apprezzarla. Il nostro lavoro non riprende semplicemente delle opere d’arte ma cerca di approfondire gli stili ed i pensieri degli autori per dare al pubblico delle chiavi di lettura ed avvicinarlo all’arte moderna e contemporanea. Lo spettatore arricchisce la sua emozione stemperandola con dati ed informazioni che rendono l’opera più vicina e ‘digeribile’. In questo il documento realizzato si propone come prodotto didattico.

4. Valore Artistico
Una proprietà dei linguaggi in generale è di trasformare gli oggetti su cui vengono applicati. Come accade con la scrittura, o con la fotografia, o con l’arte digitale, il materiale elaborato può diventare un prodotto a sé stante, un’altra opera con un suo proprio valore artistico e creativo. Fu Carlo Ludovico Ragghianti nel secondo dopoguerra ad affermare che l’uso attivo e conscio di questo linguaggio porta alla creazione di proprie indagini critiche ed artistiche “occorre riporsi nella maniera più vicina possibile nella situazione dell'artista operante, e direi quasi rifare il suo gesto, ricondursi alle visuali che ha tracciato ed imposto per la visione ed il gusto, seguire le sue scelte del punto o dei punti di vista, del vincolo statico o dal tracciato dinamico delle visuali, sia univoche che molteplici, sia staccate che legate, sia ferme che in movimento, sia attiranti od avviluppanti, che emananti o centrifughe, e così via". Questo percorso ne genera uno suo proprio con altrettanta validità creativa ed artistica.

5. Valore Metafisico
Nell’intervista a Mendini viene fuori un sogno. L’arte, dice Mendini, eleva spiritualmente, libera energie positive, funge da argine per il male e la cattiveria che oggi sorge nelle città. L’arte avrebbe allora questa funzione apotropaica, invaderebbe, trasformandoli, gli spazi-immondizie, gli spazi-discariche, gli spazi-ermarginati, gli spazi-tossici, gli spazi-camorra. Il palazzo anonimo preso in cura da Paladino non c’è più, gli abitanti dovranno fin d’ora convivere con un’altra visione. La città distratta e frettolosa, l’automobilista intasato, avrà ora a che fare con altri colori, altre geometrie, altra luce, altri rumori. Cosa mai si chiederà? Lo vedrà mai? Quanto potere ha l’arte? Sarà vero il sogno di Mendini? Questo è un progetto a lungo termine, andrebbe anch’esso documentato, Gli effetti dell’arte sulla civiltà. Richiede tempi lunghissimi di realizzazione ed un lavoro coordinato di studiosi ed artisti. Ma se uno non ci prova chi saprà dirlo? Altri artisti sono in attesa in fermate ancora da fare. Ora sono al buio. Napoli, si sa, è piena di talenti.

ars in the tube

arte contemporanea nelle nuove stazioni della Metropolitana di Napoli

 

2003, 25', documentario

 

regia di Antonio Leto

 

una produzione Parallelo 41

 

a cura di Antonella Di Nocera

 

musiche originali Renato Esposito

 

fonici in presa diretta 
Emiliano Grimaldi | Dario Todero

 

riprese e montaggio 
Giulio Arcopinto | Dino Manfredi

 

operatori steadycam
Ennio di Donato | Davide Sondelli

 

interventi di grafica 2D
Armando Lombardi | Orlando Festa

 

foto di scena Lucio Criscuolo

 

con interventi di
Alessandro Mendini | Achille Bonito Oliva | Ugo Marano | Enzo Cucchi | Mimmo Paladino | Lello Esposito | Aldo Masullo | Pasquale Persico | Antonio Sassolino | Rocco Papa | Giannegidio Silva | Renaldo Fasanaro